Liturgia della Parola
8 Marzo - III Domenica di Quaresima

Dopo una fugace escursione sul monte Tabor, abbagliati dalla bellezza di Cristo e dalla forza penetrante della sua parola, in questa terza domenica di Quaresima veniamo ricondotti nuovamente nel deserto. L’esperienza di Israele che, durante l’esodo verso la terra promessa, soffre una terribile arsura, anticipa e prefigura quella del Signore Gesù, assetato e «affaticato per il viaggio» (Gv 4,6) nella sua ricerca dell’uomo in esilio da se stesso. In questa domenica siamo così messi a confronto con la «sete», quel bisogno fondamentale di cui tutti facciamo quotidiana esperienza, che può addirittura spingerci a tirare fuori il peggio di noi stessi quando non è adeguatamente soddisfatto. Il popolo di Israele nel deserto, soffrendo «per la mancanza di acqua», si mette a mormorare contro Mosè: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» (Es 17,3). La donna che incontra il Signore Gesù al bordo del pozzo di Giacobbe non mormora, eppure sembra ugualmente rassegnata alla necessità di dover ogni giorno tornare a ripetere gli stessi gesti senza sentirsi mai del tutto appagata. Di fronte alla richiesta d’acqua di questo sconosciuto appena incontrato, la donna non si ritrae, ma entra in dialogo, fino a scoprire che dietro alla sua richiesta si nasconde in realtà una singolare offerta: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti 3 avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). Spesso non riusciamo a scorgere, dietro alle domande e alle provocazioni che ci interpellano, la forma ordinaria con cui Dio, dentro la realtà, verifica la nostra disponibilità ad aprirci a una speranza più grande. Quella speranza che secondo l’apostolo «non delude» perché non si fonda più soltanto sul bisogno, ma anche sul desiderio della promessa di Dio: «Dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (4,15). Dopo aver innescato un desiderio di vita e riacceso la speranza di poterlo anche esprimere, Gesù conduce gradualmente questa donna a manifestare serenamente tutta la verità di se stessa: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui» (4,16). Prendendola quasi per mano, il Signore aiuta la donna con estrema delicatezza a riconoscere di non essere ancora riuscita a estinguere la sete più profonda presente nel suo cuore: «Io non ho marito» (Gv 4,17). Solo l’ammissione di questa fragilità permette alla samaritana di incontrare finalmente, nella carne del Verbo, tutto «l’amore di Dio riversato» (Rm 5,5) nel cuore della nostra esperienza umana, fino a riconoscere in lui «un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4,29). Questo, però, viene percepito senza alcuna forzatura e senza inutile imbarazzo, anzi come l’esperienza di poter ricevere ancora un inatteso regalo di pace: 4 «Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio» (Rm 5,1-2). Il dialogo tra Gesù e questa donna è così fresco ed emozionante da essere in grado di rimettere in circolo tutta la speranza già versata anche nei nostri cuori mediante lo Spirito, fin dal giorno del nostro battesimo. La monotonia dei nostri andirivieni quotidiani, nei quali cerchiamo di estinguere la sete che resta, è continuamente spezzata dalla parola del Signore, capace di farci tornare alla nostra sorgente interiore, all’unico prezzo di essere disposti a riconoscere la verità di noi stessi. Il primo passo verso questo desiderabile incontro lo compie sempre il Signore, che ci consente di confessare la nostra fragilità solo dopo aver dichiarato la verità del suo desiderio d’amore per noi. Ne siamo sicuri perché «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (5,8), non per sentito dire, non perché così altri hanno detto, ma «perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (4,42).
Riflessione di Padre Roberto Pasolini
Predicatore della Casa Pontificia