Liturgia della Parola
18 OTTOBRE - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Essere convinti non significa essere intolleranti, ma esperti nel discernimento, abili nell’arte di esaminare con saggezza la realtà. Sembra questa l’attitudine che le letture di questa domenica vogliono ridestare in noi: ricordarci quanto sia vitale saper valutare situazioni e occasioni andando oltre la semplice evidenza, collocando ogni cosa dentro la misteriosa cornice del disegno di Dio. È quanto riesce a fare il profeta Isaia, rileggendo l’ascesa di Ciro – il re persiano che occupò la Mesopotamia sconfiggendo i Babilonesi nel 549 a.C. – e il suo editto – che permise agli Ebrei esiliati di tornare nella terra di Canaan (cf. Esd 1) – come tessere appartenenti a un mosaico più grande, quello del disegno di salvezza di Dio: «Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: “Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni […] ti ho dato un titolo [...] ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci”» (Is 45,1.4.5). Pensare che una persona possa essere strumento nelle mani di Dio senza né volerlo né saperlo può forse sembrarci un modo ingenuo o forzato di leggere la storia. Eppure, lo sguardo di fede non è altro che questo: una grande attenzione e una provata sensibilità a ogni segno attraverso cui il mistero di Dio si rivela nella storia, dentro e oltre la nostra libertà. L’apostolo Paolo, insieme a «Silvano e Timoteo» (1Ts 1,1), mostra di avere questa sensibilità spirituale nel momento in cui riesce a custodire i fratelli della chiesa di Tessalonica con uno speciale affetto: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo» (1,2-3). E conclude: «Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui» (1Ts 1,4). Paolo si mostra così attento alle persone a lui legate dal vincolo della fede in Cristo, da riuscire a scorgere nella loro vita i segni dell’amore e della chiamata di Dio alla salvezza. Il discernimento è soprattutto una «profonda convinzione» (1,5) capace di non banalizzare e di non assolutizzare le situazioni. Questo tratto splendido della nostra umanità si rivela nel modo con cui il Signore Gesù affronta quei «farisei» (Mt 22,15) che un giorno mandano «i propri discepoli» (22,16) a sfidarlo. Gesù non cede né alla seducente scorciatoia della fuga dalla storia, né al subdolo inganno di una passiva identificazione con le sue logiche. Per questo (non) risponde ponendo un’ulteriore domanda: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» (22,20). Tenendo in mano la moneta del tributo, il Signore verifica se i suoi interlocutori siano in grado di distinguere tra gli idoli e il vero Dio. I soldi, con la loro grande valenza simbolica, rappresentano tutte le forme di potere che nel mondo e nella storia corriamo il rischio di collocare al centro del nostro interesse. Senza quasi accorgercene, iniziamo a dare la vita – cioè il tempo, i pensieri, le energie – più agli idoli che a Dio. Diventiamo schiavi e non più persone libere quando non riusciamo a compiere il discernimento fondamentale: riconoscere l’appartenenza a Dio come immagine più profonda che ogni cosa porta con sé: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Se apparteniamo anzitutto a Dio, possiamo stare nel gioco della realtà pagando gli inevitabili tributi alla società umana con la grande libertà di poter non guardare «in faccia a nessuno» se non a uno da cui siamo tutti generati e custoditi: «Dio Padre» (1Ts 1,1). Essere cristiani non significa avere e brandire certezze, con granitica fierezza. Piuttosto lasciare che una sola certezza — il mistero dell’amore infinito di Dio — dia al nostro cuore la libertà di valutare ogni cosa con sapienza, avendo un criterio sicuro per aprirci all’incertezza della storia, profondamente convinti che «quello che è di Dio» (Mt 22,21) riposa sicuro e amato nelle sue mani «con potenza e con Spirito Santo» (1Ts 1,5).
Le omelie di Padre Roberto Pasolini,
predicatore della Casa Pontificia.