Liturgia della Parola
19 LUGLIO - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dopo averci iniziato ai misteri del regno dei cieli con la parabola del seminatore, questa domenica il Signore Gesù ci parla con «un’altra parabola» (Mt 13,24). Anzi, con tre potenti immagini in cui si manifesta il paradosso della «forza» (Sap 12,16) di Dio nella nostra «debolezza» (Rm 8,26). Tutte le parabole accendono in noi un’immediata e viva speranza. Eppure, la più intrigante e bisognosa di approfondimento è certamente quella del buon grano mescolato alla zizzania, perché affronta il delicato tema dell’evidenza del male in mezzo alla presenza certa del bene. Dio ha accordato alla creazione una certa libertà che non è revocata quando si cede all’inganno della menzogna e al fascino del male. La reazione dei servi – cioè la nostra – sorge spontanea: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?» (Mt 13,27). Dietro a questo disappunto, elegante e sincero, è possibile riconoscere la voce di un pregiudizio, una velata accusa a Dio di essere, tutto sommato, un «giudice ingiusto» (Sap 12,13). In effetti – come già osservava l’autore del libro della Sapienza – Dio esercita il suo «potere» (12,18) e gestisce la sua «forza» (12,16.17.18) percorrendo vie che ai nostri occhi restano paradossali e a volte anche assurde. Invece di sbaragliare nemici e ribelli, egli, che è il «padrone della forza», sceglie di giudicare «con mitezza» e di governare ogni cosa «con molta indulgenza» (12,18). Mentre potremmo essere tutti molto contenti di questa modalità di gestire le persone e le situazioni, dobbiamo ammettere che ci appare molto debole e poco vincente questo modo di prendersi cura di «tutte le cose» (12,13). Eppure, la mitezza di Dio non è per nulla un’impotenza o una fragilità di carattere, ma una scelta ben precisa: saper dominare la propria forza e indirizzarla verso sentieri di vita dove la speranza può tornare a fiorire per tutti: «Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento» (Sap 12,19). La forza di Dio è quella dell’amore, che sempre si radica in un’incrollabile fiducia nella bontà seminata nell’uomo e sa esprimersi nella volontà di attendere i suoi tempi di maturazione, senza mai rinunciare a un’adesione libera e responsabile. Siamo noi, invece, a essere molto deboli e sciocchi, quando crediamo di poter rimuovere il male occultandone le tracce il più presto possibile: «E i servi dissero (al padrone): “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”» (Mt 13,28). La risposta non si fa attendere, ma soprattutto non si lascia fraintendere: «No […], perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme» (Mt 13,29-30). Dio non autorizza i nostri istinti di perfezionismo e di giustizialismo. Ci insegna ad avere pazienza, persino 4 di fronte al manifestarsi delle tenebre in mezzo alla luce. Questa pazienza che Dio ha nei nostri confronti è scandalosamente bella. Ed è l’unica, convincente spiegazione che noi discepoli possiamo stringere tra le mani di fronte all’oscuro scenario della vita quotidiana, dove il male sembra spesso prosperare di più e meglio del bene. Non sta a noi giudicare le cose che non vanno; a noi spetta solo il compito di essere buoni custodi della Parola, consapevoli che in mezzo a ogni vicenda umana il Padre ha posto il segno invincibile della croce di Cristo. Se c’è qualcosa che possiamo riconoscere con schiettezza è invece la «nostra debolezza», l’unico luogo dove ci «viene in aiuto» lo «Spirito» (Rm 8,26), il solo posto in cui siamo uguali a tutti gli altri, nostri fratelli. Soltanto la coscienza di quanta fragilità abita ancora in noi ci insegna a essere pazienti e a credere nella mite forza di un Padre che esercita il suo potere solo quando è tempo di farlo, insegnandoci in questo modo a essere indulgenti e amorevoli verso gli altri e anche verso noi stessi, ad «amare gli uomini» (Sap 12,19), attraverso la forza dello «Spirito» (Rm 8,27) che tiene viva dentro di noi quella «buona speranza» (Sap 12,19) che è anche dentro il cuore di Dio.
Riflessione di Padre Roberto Pasolini
Predicatore della Casa Pontificia
5 LUGLIO