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LiturgiaParola - Parrocchia Sant'Antonio Quartu Sant'Elena Cagliari

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Liturgia della Parola
18 Gennaio - II Domenica del tempo ordinario/A
Prima di cedere il posto e la parola all’evangelista Matteo, la cui prospettiva teologica accompagnerà la meditazione del mistero di Cristo nel nuovo anno liturgico, la liturgia ci offre un ultimo incontro con la figura di Giovanni Battista secondo lo sguardo del quarto vangelo. Il racconto dei primi passi del Verbo incarnato in questo mondo ruota tutto intorno a un’esclamazione che il Precursore pronuncia «vedendo Gesù venire verso di lui» (Gv 1,29). Queste parole, che ripetiamo nel cuore di ogni celebrazione eucaristica, possono accompagnare il nostro ingresso nel nuovo anno liturgico, regalandoci uno sguardo semplice e profondo sulla realtà di Cristo: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). «Ecco», questo minuscolo avverbio, così usato da tutti nella vita di ogni giorno, etimologicamente è strettamente connesso all’esperienza visiva. Non si tratta di una semplice esclamazione per attirare l’attenzione su quanto si sta per dire, ma è paragonabile a un imperativo che nasce dallo stupore e invita alla partecipazione: «Guardate, vedete!». Il lungo tempo trascorso nel deserto, dove Giovanni si è dedicato a un ascolto profondo e assiduo delle Scritture, ha forgiato il suo cuore fino a renderlo perfettamente sensibile al passaggio di Dio. Nel quarto vangelo, l’ingresso di Gesù sulla scena della storia avviene in modo molto dimesso. Dopo il solenne prologo, che ha enucleato i suoi titoli cristologici, nessuno in realtà si accorge che la «gloria» (Is 49,3) di Dio dimora nell’umanità di Gesù, fino al «segno» (Gv 2,11) di Cana, dove ai discepoli è concesso di intuire una certa qualità messianica nel Maestro appena incontrato. Il Battista è, dunque, la prima persona capace di contemplare in «un uomo» (1,30) inviato da Dio la presenza dello «Spirito Santo» (1,33) e a confessarlo come «Figlio di Dio» (1,34). Per questo, il suo premuroso imperativo potrebbe esprimere anche la forza di un drammatico interrogativo: «Guardate! (Lo) vedete?». La presenza di Dio dentro la storia è infatti mite, discreta. Solo cuori purificati sono in grado di coglierla. Il Verbo di Dio ha deciso di farsi carne proprio per non diventare l’ennesimo padrone della nostra vita, ma per mettersi a nostro servizio come un agnello tenero, come un «servo» (Is 49,3) del Signore, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Il compito dell’agnello, infatti, non è tanto quello di togliere il peccato, ma di prenderlo su di sé, sollevandolo per evitare che il mondo soccomba sotto il suo insopportabile peso. Mentre noi siamo continuamente tentati di rimuovere tutte le scorie e i difetti del nostro vissuto, il Signore Gesù viene nel mondo per assumere il nostro peso e per caricarsi di tutto quello che noi vorremmo espungere dall’album fotografico della nostra vita. Il Dio-con-noi, che è venuto incontro al nostro bisogno di salvezza con assoluta e irrevocabile mitezza, è sempre a nostro favore perché lo Spirito d’amore è il suo costante principio di azione. Giovanni lo testimonia con forza: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una 4 colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1,32). Dal fatto che l’agnello di Dio assuma seriamente e concretamente la nostra vita nasce una meravigliosa conseguenza per tutti: mentre egli sta con noi e diventa come noi, anche noi possiamo imparare a diventare come lui. La teologia cristiana chiama «santificazione» questo processo che viene avviato dal battesimo e si nutre con la vita di carità e con i sacramenti. L’apostolo Paolo, con audacia ed esuberanza, lo aveva subito intuito, definendo i membri della «Chiesa di Dio» come «coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti» (1Cor 1,2). Essere santi, infatti, non vuol dire fare un cammino privo di errori ed esente dai fallimenti, ma essere disposti ad assumere, giorno per giorno, la guida e la compagnia di qualcuno che è capace di portare tutto il «peccato del mondo», perché questo mondo lo ha creato e profondamente amato, «e questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,34).

Riflessione di Padre Roberto Pasolini
predicatore della Casa Pontificia
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